Gilles Lellouche esordisce alla regia in solitario con un film molto corale, la scelta è quella di non comparire come attore. Un gruppo di uomini variamente in crisi, che dimenticano le piccole e grandi sventure e mediocrità di ogni giorno ritrovandosi in una squadra di nuoto sincronizzato maschile. Una competizione, quindi, tradizionalmente femminile, per allenarsi alla quale sono aiutati dall'allenatrice Virginie Efira, anche lei non nel miglior momento della sua vita dopo essere stata una campionessa in quello sport. Ovviamente l’inusualità della cosa non sfugge, così come la scarsa virilità presunta di uno sport tipicamente femminile. Simbolicamente, non c’è luogo più adatto dell’acqua per rinascere. L'acqua, nel film, diviene una sorta di tepido rifugio amniotico, sottratto alla desolazione della realtà quotidiana. L' avventura dovrà giocoforza realizzarsi attraverso il rifiuto dei miti dominanti celebrati dalla società contemporanea: il culto della bellezza fisica, della giovinezza, della prestanza mascolina, del successo economico, dell'individualismo a tutto vantaggio di valori altri, più umili e vitali: lo spirito di solidarietà, la comprensione reciproca, la complicità amicale. Gli allenamenti serali sono vere terapie di gruppo: finiscono in sauna o in spogliatoio con qualcuno che regolarmente riesce ad aprirsi. Sono occasioni in cui il gruppo aiuta il singolo a non vergognarsi delle proprie fragilità. Otto uomini, diverse generazioni, varie gradazioni di depressione, che lottano per riprendere in mano la loro vita, arrivando fino alla Norvegia per dimostrare di valere, prima di tutto, a loro stessi. Il percorso più importante è quello dell’accettazione reciproca di difetti e debolezze, e pazienza se non sono dei vincenti, nella vita o nel nuoto sincronizzato. Un film che ha fatto ridere fuori concorso allo scorso Festival di Cannes.  Lellouche ha messo insieme alcuni dei suoi cari amici di sempre per dare vita a un film corale che fa pensare, ma fa anche ridere. É bello che Lellouche decida di mostrare il maschio nelle sue fragilità, superando un certo sciovinismo tipico del sesso forte. Si parla di fallimento in “7 uomini a mollo”, ma anche di nuove possibilità. Gli attori prima delle riprese, si sono allenati con Julie Fabre, allenatrice della squadra femminile olimpica francese. Il film è lontanamente ispirato alla storia vera di una squadra svedese maschile che si è cimentata nel nuoto sincronizzato. Quello che si apprezza nel film di Lellouche, qualità comiche evidenti a parte, è l’amore che prova per i suoi personaggi che non sono solo figurine superficiali buone per far ridere con una battuta. Lellouche ha la capacità di mettere in scena disperate solitudini molto contemporanee e l’ostinazione di non perdere la speranza che possano rialzarsi. Come spesso nella commedia francese sono chiari i riferimenti ai nostri classici del genere, cercando la risata amara eppure sempre rispettosa. Le descrizioni e le caratterizzazioni dei vari personaggi danno la possibilità al regista  di variare di continuo i toni del film, passando dal familiare al farsesco, dall’intimismo al grottesco, alternando le gag più buffonesche ai momenti di complicità maschile, in cui confrontarsi con i limiti della mascolinità alle soglie dei 50 anni e col rapporto con il femminile, con “la ragazza che è in noi” (bellissimo il dialogo tra il padre rocker e la figlia in mensa). Elegante il lavoro formale del regista, ricercato nelle luci, nelle inquadrature, in certi movimenti di macchina e nel montaggio.

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