• Programma 2018-2019

Programma 2018-2019

Programma 51° anno sociale

ABBONAMENTI

Costi e punti vendita per abbonarvi

Ciclo:Etnografia dei sentimenti
The Big Sick [Michael Showalter] - 15/11/18
Wajib-Invito al matrimonio [Annemarie Jacir] - 22/11/18
I fantasmi d’Ismael [Arnaud Desplechin] - 29/11/18
A Quiet Passion [Terence Davies] - 06/12/18

Omaggio ai Fratelli Taviani - 13/12/18

Ciclo:Vite ai confini
Il prigioniero coreano [Kim Ki-Duk] - 10/01/19
I segreti di Wind River [Taylor Sheridan] - 17/01/19
1945 [Ferenc Török] - 24/01/19
Omicidio al Cairo [Tarik Saleh] - 07/02/19
Poesia senza fine [Alejandro Jodorowsky] - 14/02/19

Ciclo:A tavola
The Party [Sally Potter] - 21/02/19
Insyriated [Philippe Van Leeuw] - 28/02/19
Coming Soon - 07/03/19

Coming Soon - 14/03/19

GIOVEDÌ ore 18.30 / 21.00 - Costo Tessera: euro 40,00 - Under 26: euro 25,00
Cine Teatro Metropolitano DLF
Via Nino Bixio 44 - Reggio Calabria

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Il premio, dedicato alla memoria di Maurizio Grande, intende incentivare il "lavoro critico sul cinema" ed è riservato a cittadini europei.

Il premio è articolato in due sezioni: libri italiani e libri francesi.

  • Nella sezione Libri Italiani la giuria attribuirà il premio a una pubblicazione scelta tra quelle edite in lingua italiana.
  • Nella sezione Libri Francesi  la giuria attribuirà il premio a una pubblicazione scelta tra quelle edite in lingua francese.

Per ogni sezione viene assegnato un premio in denaro di 1.500 euro.
In caso di ex equo in una sezione, il premio viene diviso tra i due vincitori.
I due lavori saranno scelti, a insindacabile giudizio, da un comitato scientifico (vedi Giuria).

L'impegno richiesto ai vincitori sarà quello di produrre un intervento critico  sul tema oggetto della pubblicazione, nella rassegna cinematografica organizzata dal Circolo in occasione del Premio.

Pregiudiziale per l'assegnazione del premio è quindi la presenza degli autori, dichiarati vincitori, alla manifestazione.
La giuria si riserva il diritto di non assegnare il premio e di attribuire diversamente le somme indicate.
L'inosservanza o la non accettazione di quanto qui esposto saranno preclusive della partecipazione.

La Giuria del Premio

Charles Chaplin nacque il 16 aprile 1889 a East Street, nel sobborgo londinese di Walworth, da Charles Chaplin Senior e Hannah Harriette Hill; il padre era un guitto del teatro di varietà con un debole per l'alcol, la madre una cantante. Il matrimonio finì quando Hannah fu scoperta a tradire suo marito con un altro cantante del Music Hall, Leo Dryden, che avrebbe portato alla nascita di Wheeler Dryden, fratellastro del quale Chaplin verrà a conoscenza solo molto più tardi. La separazione avvenne l'anno dopo la nascita di Charles. Il padre cercò di tenere con sé e con la sua convivente sia il piccolo Charles sia suo fratello Sydney, di quattro anni maggiore.

Il tentativo fallì e i due bambini andarono a vivere con la madre che riceveva dieci scellini la settimana per il mantenimento di entrambi. Per le precarie condizioni finanziarie della famiglia, Charles e il fratello Sydney trascorsero due anni fra collegi e istituti per orfani a Lambeth. Il padre morì quando Charlie aveva dodici anni e la madre, affetta da turbe mentali, venne ricoverata in un istituto presso Croydon. Trascorse gli ultimi sette anni della sua vita in una villa donatale dai figli in California, dove morì nel 1928.

Le vicende dell'infanzia non impedirono al piccolo Chaplin di apprendere proprio dalla madre l'arte del canto e della recitazione. I primi passi sul palcoscenico li mosse assieme a lei alla tenera età di cinque anni. Nel 1896 durante una recita in un teatro di varietà Hannah fu sonoramente fischiata e costretta ad abbandonare il palcoscenico; a sostituirla venne mandato in scena il piccolo Charlie che ottenne un discreto successo cantando una canzone popolare dell'epoca, 'E Dunno Where 'E Are.

Nel 1898 si trasferì a Manchester, nei pressi di Belle Vue. Qui frequentò la scuola per tre anni. Grazie alle conoscenze del padre, entrò a far parte di una vera compagnia, gli Eight Lancashire Lads formata tutta da enfants prodige, sotto la guida di William Jackson. Gli otto bambini si esibivano in un ballo con gli zoccoli.

Nel 1900, all'età di undici anni, il fratello riuscì a fargli ottenere il ruolo comico di un gatto nella pantomima Cinderella (Cenerentola), rappresentata all'Hyppodrome di Londra, nella quale recitava anche il famoso clown Marceline. Nello stesso anno Sydney si imbarcò su una nave come trombettiere: il peso della madre ricadde così sulle spalle del piccolo Charlie. Nonostante la buona volontà, la vita era estremamente dura, Hannah fu addirittura ricoverata in ospedale con una diagnosi di depressione causata dalla denutrizione.

Nel 1903 Charles ebbe una piccola parte in Jim, the Romance of a Cockayne grazie alla quale ottenne la sua prima recensione favorevole sulla carta stampata; di lì a poco il primo ruolo fisso in teatro: quello dello strillone Billy in Sherlock Holmes (regia di Quentin McPherson), portato a lungo in tournée. Intanto il fratello era tornato a Londra e aveva cominciato anche lui a lavorare in teatro. Grazie alla migliorata situazione finanziaria, i due riuscirono a far dimettere Hannah dall'ospedale, anche se poco tempo dopo una ricaduta ne determinò l'internamento definitivo.

Nel 1904 il quindicenne Charles fu tra i protagonisti della fortunata rappresentazione del Peter Pan di James Matthew Barrie.

Il varietà con Fred Karno

Fra il 1906 e il 1907 Chaplin lavorò ne Il Circo di Casey, misto di varietà e numeri circensi. L'esperienza gli permise di familiarizzare con il mondo del circo e di entrare nella compagnia di Fred Karno, anche grazie al fratello Sydney che già vi lavorava. La paga era di 3 sterline a settimana ed il debutto avvenne nel 1906 con L'incontro di calcio, in cui Charles interpretava la parte di un individuo senza scrupoli che tenta di drogare il portiere avversario prima dell'incontro. Il fratello maggiore ideava le pantomime e Charlie le doveva interpretare. Così Chaplin imparò l'arte di esprimersi senza parole. Ben presto il giovane Chaplin divenne, insieme a Stanley Jefferson (meglio conosciuto come Stan Laurel) uno degli attori più apprezzati della compagnia.
Oltre al teatro Chaplin si dedicava al podismo. Era iscritto al club podistico di Kennington e si allenava sulle distanze lunghe. Nel 1908 prese anche in considerazione l'idea di iscriversi alla maratona delle Olimpiadi di Londra, ma proprio in quel periodo si ammalò.

Nel 1909 la compagnia di Karno iniziò le tournée all'estero: dapprima a Parigi e, due anni dopo, negli Stati Uniti. Chaplin era il primo comico in A Night in an English Music Hall, atto unico di pantomima e danza. L'esperienza americana non fu particolarmente felice, ciononostante la compagnia ritornò oltreoceano anche l'anno successivo e questa volta le cose andarono diversamente: il successo fu grande grazie anche al giovane Charles, entrato da poco ma già elemento di punta della compagnia.

Chaplin fu notato dal produttore Mack Sennett, che nel novembre 1913 lo mise sotto contratto per la casa cinematografica Keystone. Era il primo contratto di Chaplin per una casa cinematografica. Il compenso fu di 175 dollari la settimana.

Da primo comico a celebrità: 1914-1919

Ebbe così iniziò la carriera cinematografica di Charlie Chaplin, il "Vagabondo" che nell'arco di cinque anni conquistò un posto d'onore nella storia della settima arte. La rapida ascesa di Chaplin va dal 1914 (quando con la Keystone esordì nel mondo del cinema con il corto Per guadagnarsi la vita), fino al 1919 (anno nel quale fondò la United Artists Corporation).

Per la californiana Keystone, nel 1914 Chaplin recitò in trentacinque corti. Da virtuoso della pantomima, comunicava al pubblico una vasta gamma di emozioni usando i muscoli facciali, che dimostrava di controllare appieno. Il suo personaggio era anticonvenzionale e a tratti sprezzante, diverso da come lo conosciamo oggi.
La prima volta che Chaplin indossò i panni di Charlot fu nel cortometraggio Charlot si distingue. Nel dicembre 1915, si trasferì a Chicago, dove lavorò per la Essanay in altre quattordici produzioni. La Essanay se lo aggiudicò offrendogli uno stipendio settimanale di 1.250 dollari.

Con cachet adeguati ad una popolarità sempre più grande, Chaplin approdò alla Mutual Films, firmando altri dodici corti: Charlot fu di volta in volta cameriere, milionario, muratore e sfaccendato. Il pubblico lo stimava per la grossa carica di umanità che emanava attraverso le sue storie, disseminate di amore e di insidie.

Nel 1916 Charlie Chaplin era già un attore da oltre 600.000 dollari l'anno quando scritturò la diciannovenne Edna Purviance, facendone la sua primadonna in ben 35 film fra il 1916 e il 1923. I due vissero anche un intenso e travagliato legame affettivo, che si mantenne in amicizia anche dopo la fine della passione (1918) e della carriera artistica di lei (accelerata dagli eccessi dell'alcol): Chaplin continuerà a corrispondere con Edna fino alla sua morte, oltre a passarle una paga salariale da attrice.

Con la Mutual Film realizzò dodici film nel periodo 1916-1917 (uno dei più felici della sua carriera). Chaplin, non ancora trentenne, recitò e diresse quasi cento corti nell'arco di cinque anni. Chaplin non progettava mai su carta nessuna delle sue gag, né tanto meno "sceneggiava" l'intreccio delle sue comiche. Riusciva a tenere a mente un intero film per poi spiegarlo agli attori sul set man mano che lo girava.

Nel 1918 decise di mettersi in proprio e passò alla First National, con cui fece dieci film (fino al 1923). Fu proprio la First National – grazie anche all'interessamento del fratello Sydney, ormai suo procuratore — a corrispondergli il favoloso ingaggio di un milione di dollari, cachet mai guadagnato prima da un attore.

Nel 1919 Charlie Chaplin insieme ad alcuni colleghi (fra cui Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David Wark Griffith) fondò la United Artists Corporation. Da allora in poi curerà da solo ogni fase della sua produzione cinematografica, attorniato da un gruppo di fedelissimi quanto preziosi e competenti collaboratori, tra cui spicca Alfred Reeves, inglese come lui, già manager della compagnia di Karno, che all'UA assunse il ruolo di direttore di produzione.
A un periodo professionalmente felice non corrispose, però, una vita privata altrettanto serena, anzi il "matrimonio riparatore" con la diciassettenne Mildred Harris gli procurò serie preoccupazioni. L'infelice nascita del primogenito gravemente malformato e sopravvissuto solo tre giorni, non contribuì certo a risollevare il rapporto, che si risolse in un divorzio.

I grandi successi

Nel 1921 Chaplin lavorò al film che gli diede la definitiva consacrazione come star affermata. Il capolavoro fu Il monello, che Chaplin diresse e interpretò e nel quale fece debuttare il piccolo-grande attore Jackie Coogan.
Nello stesso anno Chaplin ritornò nella madrepatria dopo undici anni. A Londra fece una visita nei quartieri di Lambeth, Kennington ed Elephant and Castle per rivedere i luoghi che gli furono familiari da bambino.

Dal 1923 al 1952 Chaplin lavorò costantemente per la United Artists, e girò otto film, i più importanti della sua carriera. Il primo lavoro fu La donna di Parigi nel 1923, primo film nel quale non figurò come interprete (si ritagliò una piccola comparsa nel ruolo di facchino). Il film, pur ampiamente apprezzato dalla critica, non ebbe l'atteso successo di pubblico, ma i capolavori successivi lo proiettarono nel firmamento della cinematografia. La febbre dell'oro del 1925 è considerato per molti una delle sue opere meglio riuscite. La produzione del film successivo, Il Circo (1928) fu però travagliata a causa dei problemi sorti nella vita privata: proprio in quel periodo divorziò dalla ventenne Lita Grey che aveva sposato quattro anni prima.

L'affermazione del sonoro (a partire dal 1927) colse in contropiede Chaplin, che aveva pensato e costruito Charlot solo per il cinema muto. Chaplin decise di andare avanti proponendo il suo personaggio.

Nel 1929 l'assegnazione del suo primo premio Oscar alla carriera, lo consacrò come la prima star a vincere tale premio (e a tutt'oggi il più giovane regista ad averlo vinto).

Chaplin girò nel 1931 Luci della città, un film muto accompagnato dalla musica. Fu il primo film di Chaplin con sonoro e musiche sincronizzate. All'inizio del film la voce delle persone è resa con il suono degli strumenti musicali. Nello stesso anno l'attore/regista ricevette l'onore dell'attribuzione della Legione d'onore francese. Cinque anni dopo girò un altro capolavoro del cinema muto, Tempi moderni.

Ecco come Chaplin descriveva il suo personaggio nel 1931:

“All'inizio Charlot simboleggiava un gagà londinese finito sul lastrico [...] All'inizio lo consideravo soltanto una figura satirica. Nella mia mente, i suoi indescrivibili pantaloni rappresentavano una rivolta contro le convenzioni, i suoi baffi la vanità dell'uomo, il cappello e il bastone erano tentativi di dignità, e i suoi scarponi gli impedimenti che lo intralciavano sempre”

Nel 1932 aveva conosciuto l'attrice ventunenne Paulette Goddard, che aveva già avuto qualche esperienza marginale nel cinema in parti minori. I due s'innamorarono, e Paulette recitò con Charles in Tempi moderni (1936), l'ultimo film in cui compare Charlot. Si sposarono nel 1936 e divorziarono nel 1942.

Per realizzare i suoi successivi film Chaplin decise di abbandonare il personaggio che gli aveva donato la popolarità.

“Non poteva parlare, non saprei che voce usare. Come riuscirebbe a mettere insieme una frase? Per questo motivo Charlot ha dovuto darsela a gambe”

Il grande dittatore (1940) fu il primo film completamente sonoro di Chaplin, girato e distribuito negli Stati Uniti poco prima dell'entrata nella Seconda guerra mondiale. Nel film, Chaplin interpreta due personaggi: Adenoid Hynkel, il dittatore di Tomania, esplicitamente ispirato ad Adolf Hitler, e un barbiere ebreo perseguitato dai nazisti. Dopo la guerra, quando l'internamento e lo sterminio degli Ebrei furono noti, Chaplin dichiarò che non avrebbe realizzato il film se solo avesse potuto immaginare cosa sarebbe accaduto. Il film ebbe due candidature agli Oscar, come miglior regia e miglior sceneggiatura, ma non vinse alcuna statuetta.

Dopo questo film Chaplin interruppe la sua attività cinematografica per circa sette anni.

Nel 1942 conobbe la diciassettenne Oona O'Neill, figlia del celebre drammaturgo Eugene O'Neill, terzo e ultimo dei suoi grandi amori, che divenne sua moglie nel 1946, e da lei ebbe otto figli, tre nati negli Stati Uniti e cinque in Svizzera.

Nel 1947 uscì un nuovo film, Monsieur Verdoux ispirato alla famosa storia di Henri Landru, su un soggetto di Orson Welles.

Il presunto antiamericanismo e il trasferimento in Europa

Le sue simpatie politiche non furono da lui mai rivelate esplicitamente. Di certo, in molti suoi film aveva analizzato la realtà cupa dei lavoratori, dei poveri e degli emarginati (Tempi moderni, del 1936, ne può essere un chiaro esempio), ed aveva messo in piena luce le contraddizioni della società americana. Benché vivesse negli Stati Uniti da molti anni e vi pagasse le tasse, Chaplin non aveva mai chiesto la cittadinanza americana.

Già all'uscita di Monsieur Verdoux venne pubblicamente accusato di "filocomunismo" e nel 1949 divenne uno dei bersagli del movimento innescato dal senatore Joseph McCarthy. Chaplin negò sempre, con veemenza. Disse anche che era stanco di rispondere sempre alla stessa domanda.
Nel 1951 iniziò a girare quello che sarebbe stato il suo film d'addio: Luci della ribalta, tratto da un suo romanzo Footlights, mai pubblicato. Fu il suo ultimo film prodotto a Hollywood, e anche l'unico che interpretò assieme ad un altro mattatore del cinema muto: Buster Keaton.

La condanna decisiva nei suoi confronti arrivò nel settembre del 1952. Chaplin e la sua nuova famiglia si erano imbarcati per l'Europa per quella che doveva essere una vacanza. Mentre si trovavano in mare il ministro della giustizia statunitense dispose per pubblico decreto che a Chaplin, in quanto cittadino britannico, non sarebbe stato permesso di rientrare nel paese a meno che non avesse convinto i funzionari dell'immigrazione di essere "idoneo". Avutane notizia, Chaplin decise di stabilirsi in Europa fissando la sua residenza in Svizzera.

Nel 1957 Chaplin ritornò dietro la macchina da presa per girare di nuovo un film: Un re a New York. Fu il suo penultimo film, tra l'altro anche l'unico in cui recita assieme a suo figlio Michael. L'opera non ebbe successo e la sua vena cinematografica sembrò effettivamente appannata. Nel 1964, dopo circa un anno di lavoro, scrisse un'autobiografia (nella quale non vi è menzione del film Il circo, che probabilmente preferiva non ricordare per le tristi circostanze nelle quali fu girato). Nel 1966 si calò per l'ultima volta nei panni di regista, per girare La contessa di Hong Kong: fu il suo ultimo film, nonché l'unico a colori, nel quale lavorò assieme a due star del cinema mondiale: Marlon Brando e Sophia Loren.

Grazie alla sua genialità di compositore, proprio in quegli anni produsse la versione sonora di alcuni suoi capolavori: Il circo nel 1969, Il monello nel 1971, e infine nel 1975 la donna di Parigi.

Nel 1972, riconciliatosi con l'opinione pubblica americana, ritornò negli Stati Uniti per ritirare il suo secondo premio Oscar, questa volta alla carriera, assegnatogli per "aver fatto delle immagini in movimento una forma d'arte del Ventesimo secolo". In tale occasione fu protagonista della più lunga ovazione nella storia dell'Academy Awards.

Il 4 marzo 1975, dopo molti anni di esilio volontario dal suo Paese d'origine, Chaplin fu nominato Cavaliere di Sua Maestà dalla regina Elisabetta II d'Inghilterra. L'onorificenza era già stata proposta nel 1956, ma - in piena guerra fredda - non era stata concessa per il veto imposto dal Foreign Office britannico sempre a causa delle presunte simpatie comuniste di Chaplin.

La scomparsa

Charles Chaplin morì a Corsier-sur-Vevey (Vaud), in Svizzera, la notte di Natale del 1977 e lì fu sepolto. Tre mesi dopo la sua morte, il 1º marzo 1978, il suo corpo fu trafugato in un tentativo di estorsione ai danni dei suoi familiari. Il piano tuttavia fallì: i malviventi chiesero 600.000 franchi svizzeri ma la moglie di Chaplin, Oona O'Neil, difesa dall'avvocato di famiglia Jean-Felix Paschoud, disse che si rifiutava di trattare con dei ladri di cadaveri, forse le ritornò in mente il comportamento inflessibile di suo marito in situazioni del genere. I ladri, a quanto pare, avevano trafugato il corpo per il semplice fatto che serviva loro del denaro per costruirsi un garage. Furono catturati e la salma venne localizzata e recuperata nei pressi del lago di Ginevra.

Un film biografico su Chaplin - Charlot - è stato girato nel 1992 dal regista Richard Attenborough, interpretato da Robert Downey Jr. (nel ruolo di Chaplin), Dan Aykroyd, Geraldine Chaplin, Anthony Hopkins, Milla Jovovich, Moira Kelly, Kevin Kline, Diane Lane, Penelope Ann Miller, Paul Rhys, Marisa Tomei, Nancy Travis e James Woods.

 

Notizie tratte da Wikipedia

Claudio Scarpelli
Presidente del Circolo "Charlie Chaplin" di Reggio Calabria.

Gioia Costa
Critica teatrale e traduttrice, segue da anni la più recente esperienza teatrale francese, di cui ha approfondito gli aspetti legati all'analisi della scena e dei nuovi linguaggi creativi. Ha tradotto le opere di alcuni autori – fra i quali Marion Aubert, Alain Badiou, Enzo Cormann, Daniel Danis, Michel Foucault, Jean-Luc Lagarce, David Lescot, Jean-René Lemoine, Valère Novarina, Michel Vinaver, Olivier Py – e ha diretto la collana "L’Opera drammatica" della casa editrice Costa & Nolan. Ha curato: Sguardi dentro e fuori dall'arte  e A CB, a Carmelo Bene,  Ha collaborato con quotidiani e riviste. Dal 2005 è condirettrice artistica del progetto "Face à Face - Parole di Francia per scene d'Italia" che promuove la drammaturgia francese più innovativa nei maggiori teatri italiani.

Bruno Fornara
Critico cinematografico, è stato direttore editoriale di Cineforum e  presidente della FIC.  Ha scritto Charles Laughton, La morte corre sul fiume e Geografia del cinema. È membro della giuria del premio Adelio Ferrero di Alessandria. È stato organizzatore del Bergamo Film Meeting e selezionatore per la Mostra di Venezia. Insegna alla Scuola Holden di Torino. Collabora con il Torino Film Festival. Dirige Ring!, il festival della critica di Alessandria, e l'Alba International Film Festival.

Enrico Magrelli
Critico cinemtografico (FilmTV - La 7). Conduttore e  autore del programma di Radiotre "Hollywood Party". Fa parte della commissione di selezione della Mostra del Cinema di Venezia. Ha scritto monografie su Robert Altman, Roman Polanski e Nanni Moretti. Inoltre ha curato i volumi: "Con Pier Paolo Pasolini", "Hollywood party" (L'industria cinematografica statunitense), "Marilyn Monroe", "Nick's Film" (Analisi del Film di Wim Wenders); "Tutti i film di Fassbinder", "Gli anni Ottanta del cinema", "Il cinema di Kenji Mizoguchi", "Il cinema delle Repubbliche asiatiche sovietiche", "Il contrasto, Il ritmo, l'armonia. Il cinema di Satyajit Ray", "Il rito, la rivolta: Il cinema di Nagisa Oshima", "Vienna-Berlino-Hollywood".

Jean Paul Manganaro

Ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università Charles de Gaulle di Lille. È autore di due libri sul teatro, “Douze mois à Naples, Rêves d’un masque” e una raccolta su “Carmelo Bene”
e  di due saggi, uno dedicato a C.E. Gadda, “Le baroque et l’ingénieur. Essai sur l’écriture de C.E. Gadda” e un altro a Calvino, “Italo Calvino, Romancier et conteur”. Ha tradotto circa 130 romanzi italiani contemporanei, tra cui Gadda e Calvino,  e molti autori di teatro, tra cui Pirandello e Testori. L'ultimo suo lavoro è il saggio Fedrerico Fellini Romance, dedicato al grande maestr o del cinema italiano.

Pietro Montani
Docente di Estetica presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Ha compiuto studi e ricerche sui presupposti filosofici delle estetiche di carattere linguistico e semiotico; sulle relazioni tra filosofia critica e teorie dell’interpretazione (dall’ermeneutica alla psicoanalisi); sulla teoria del racconto; sull’estetica del cinema e delle arti visive.  All’estetica cinematografica ha dedicato numerosi studi. Tra i primi vanno ricordati Fuori campo  e L’immaginazione narrativa. Tra le edizioni curate da lui curate spiccano  quella degli scritti teorici di Dziga Vertov (L’occhio della Rivoluzione e quella delle Opere scelte di Sergej M. Ejzenšteijn (La Natura non indifferente; Il colore; Teoria generale del montaggio; Il montaggio, la regia; Stili di regia; Il movimento espressivo).

Jean-Louis Comolli
Ha lavorato per il Cahiers du Cinema dal 1962 al 1978, caporedattore dal 1966 al 1971, autore di film e documentari. Ha scritto diversi libri sul jazz. Nomination per il Cesar per il miglior cortometraggio di Fiction nel 1988 per la "Petizione". Premio della rivista "Film Critica" nel 2005 per il suo libro "Vedere e Potere". Vincitore del Premio Grande 2010.

 

 

in costruzione..

 

 

IX edizione 2013

 

Sezione francese: per La via delle immagini

 

Sylvie Lindeperg

 

 

Motivazione

 

Il libro premiato di Sylvie Lindeperg è intitolato La via delle immagini, e foneticamente, in francese, il titolo potrebbe anche dare l’impressione di significare La voce delle immagini. Effettivamente, l’autrice, non solo indica una via da seguire nella lettura storica di un cospicuo numero di immagini, ma dà a esse una voce critica che rivela molte verità celate, nascoste, a volte addirittura rubate. Il sottotitolo, “ Quattro storie di riprese filmiche [tournages?] nella primavera-estate del 1944 ”, attraverso le date, conferisce a questo lavoro la qualità di un’analisi storica. L’introduzione è significata da un titolo : “L’immagine come deposizione ” che deve essere svolta attraverso la descrizione minuziosa e la ricerca di una intimità con il ‘corpo dei film’. Ogni capitolo poi — quattro capitoli in tutto — propone un titolo come punto di partenza delle verità perdute che i filmati riportano alla luce. Nell’ordine : “ Le tirannie del visibile ”, “ Le immagini alle origini [les images sources] della Resistenza ”, “ Il canto dei fantasmi, o l’arte del contrabbando ”, “ Il doppio gioco del cinema ”; un dialogo con Jean-Louis Comolli chiude infine il volume.

 

Sylvie Lindeperg analizza film o frammenti di film il cui punto comune è di essere stati girati durante la primavera-estate del ’44 : nelle macchia del Vercors, uno dei luoghi più celebri della Resistenza francese; i momenti cruciali dell’insurrezione di Parigi; il ghetto campo di concentramento di Terezin in Cecoslovacchia; il campo di transito di Westerbork nei Paesi Bassi. L’autrice cerca le possibilità nascoste che ogni immagine racchiude o nasconde e ne segue il divenire storico attraverso le vie percorse da un insieme di filmati lungo periodi differenziati. A questo proposito il rigore critico della storicista si trasforma anche in rabbia nei riguardi di un’epoca che rende le immagini uniformi e ne devia la portata politica. E questa uniformazione, come è poi detto nella conversazione con Comolli, alimenta la “ confusione tra le sfere pubbliche e private che costituisce un altro sintomo dell’epoca ”.

 

 La riflessione proposta da questo lavoro è importante perché riabilita l’immagine filmica nelle ricerche degli storici abituati piuttosto a lavorare su immagini fisse e, soprattutto, perché assume una posizione radicale e perfino resistenziale nei confronti di una filmografia francese recente che pretende trasmettere la conoscenza esauriente della Seconda Guerra mondiale, utilizzando spesso materiali volutamente falsati o manomessi. Uno degli esempi più forti del libro che a questo punto riesce anche a imprimere une grande emotività, è l’analisi dell’ “ elaborazione e del destino di una icona ”, quella di Anna Maria ‘Settela’ Steinbach, la ragazza dal fazzoletto che si scorge nello spiraglio di un vagone in partenza da Westerbork a destinazione di Birkenau nel maggio del 1944. Questa immagine, filmata dalla cinepresa di Rudolf Breslauer, verrà utilizzata anche da Alain Resnais in Nuit et Brouillard (del 1956), mostrata durante molti processi (tra cui quello di Eichmann nel 1961), ripresa nel film di Cherry Duyns Settela. Volto del passato (nel 1994) in un periodo in cui fu scoperta l’identità della ragazza, che non era ebrea ma sintsa, e apparteneva dunque a un gruppo etnico nomade delle regioni germanofone. In questo esempio appare ciò che Sylvie Lindeperg chiama la “potenza spettrale delle immagini perché contiene l’evento storico interamente raccolto nell’espressione di un solo volto ”.

 

Ci auguriamo che l’editoria italiana, grazie anche all’attribuzione del premio ‘Maurizio Grande’, abbia la volontà decisa di tradurre questo libro importante

 

VIII edizione 2012

Sezione francese: per Le corps  du cinéma (Il corpo del cinema), éditions P.O.L – Paris.

Raymond Bellour

autorevole teorico del cinema d’autore, del video, dell’arte e della letteratura, cofondatore con Serge Daney della rivista “Trafic”, che tuttora anima, è ricercatore presso il CNRS, critico e scrittore. Tra le sue pubblicazioni: Henry Michaux (Gallimard, Paris 1996); L’analyse du Film (Calmann-Lévy, Paris 1995); Partages de l’ombre (La Différence, Paris 2002).

 

Sezione Italiana: per “La ricerca del metodo Antropologia e storia delle forme in S. M. Ejzenstejn. -  Mimesis

Alessia Cervini

È ricercatrice di cinema presso l'Università di Messina. È stata assegnista di ricerca presso l'Università della Calabria e ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in "Estetica e Teoria delle Arti" all´Università degli Studi di Palermo. Ha pubblicato diversi contributi in rivista e volumi collettivi e curato la redazione e la postfazione del libro Emilio Garroni, Scritti sul cinema, Aragno, Torino 2006. È autrice dei volumi: S.M. Ejzenštejn. L´immagine estatica, EdS, Roma 2006; La ricerca del metodo. Antropologia e storia delle forme in S.M. Ejzenštejn, Mimesis, Roma 2010, e, con Alessio Scarlato e Luca Venzi, Splendore e miseria del cinema. Sulle Histoire(s) di Godard, Pellegrini, Cosenza 2010.

 

VII edizione 2010-2011

Pubblicazione francese

Jean Louis Comolli

La motivazione

Il lavoro premiato, Cinèma contre Spectacle, pubblicato da Verdier, inizia con una serie di domande: aprire la finestra? Inventare il cinema? Filmare il disastro? Tagliare la figura? Cambiare lo spettatore?.

Le domande rinviano a tempi e situazioni diverse dei film, anzi del cinema come insieme non-unitario, le domande ricordano e sottolineano che il critico (anzi la critica, ma più ancora la teoria) non dispone di risposte ma di argomenti e strumenti (critici) per costruire un discorso capace di porsi aldilà della dialogia tra domanda e risposta. Il problema di fondo è lo statuto, gli statuti diversi di costituzione dell’immagine come modello sociale strutturante. Ecco dunque che il critico matura dei processi antropologici del discorso critico che non può più essere dottrinario. Si tratta di trovare nelle parole, nei concetti sviluppati la necessità di un impegno nel senso pieno della parola: impegno politico e militante e di resistenza nella denuncia della spettacolarizzazione e della mercificazione dell’atto di creazione.

Questo impegno non è soltanto personale, individuale, ma chiama a concerto forze attive che vengono certo dal lettore, ma ancor prima dall’editore che diventa l’ascoltatore primo di un progetto unico, maturato in un insieme per gli altri. Tutta la sperimentazione di J. Louis Comolli si iscrive in una ricerca che testimonia di una ricerca pratica attraverso i sui propri film che ridefinisce e completa il lavoro concettuale. La nostra richiesta, infine, e la nostra speranza è che questo premio possa essere tradotto in italiano.     J.Paul Manganaro

Note biografiche

Jean Louis Comolli è nato il 30 luglio 1941 a Philippeville (Algeria francese del tempo). Ha lavorato per il Cahiers du Cinema dal 1962 al 1978 , capo redattore dal 1966-1971, autore di film e documentari. Ha scritto anche diversi libri sul jazz. Nomination per il Cesar per il miglior cortometraggio di fiction nel 1988 per la Petizione.
Premio della rivista “Film Critica” 2005 per il suo libro Vedere e potere.

Pubblicazioni
- Cinema contro Spettacolo, Editions Verdier , 2009
- Vedere e potere, Edizioni Verdier, "Studi Sociali", 2004
- con Gérard Leblanc e Jean Narboni La Pop Anni: cinema e politica,1956-1970, BPI-C.G. Pompidou, 2001
- Philippe Carles, Free Jazz / Black Power, Editions Champ Libre , 1971, rist. Folio, Gallimard, 2000.
- con Jacques Rancière , la storia di Freeze, BPI-Centre Georges Pompidou, 1997
- con Philippe Carles e Clergeat Andre, Dizionario del Jazz, Editions Robert Laffont , "Bocchini", Paris, 1994

Filmografia
1968: I due Marsigliesi (co-regista: André S. Labarthe ) - 1969: Come ti voglio - 1975: La Cecilia - 1981: L'Ombra Rossa - 1983: palle perse - 1986: Le Bal d'Irène (TV) - 1987: Petizione (TV) - 1989: Marsiglia da padre in figlio 1989: Marsiglia da padre in figlio - Ombre sulla città - 1992: La campagna della Provenza - 1993: Marsiglia in marzo - 1994: Ragazza con libro - 1995: Georges Delerue (TV) - 1996 : Marsiglia contro Marsiglia - 1997: I nostri due Marsigliesi - 1997: La questione delle alleanze - 2000: Durruti, ritratto di un anarchico - 2001: Il caso Sofri  2003  Sogni di Francia a Marsiglia - 2004: Gli spiriti di Koniambo (TV) - 2005: Il pittore, Il poeta e lo storico (TV).

SEMINARIO alla Alianza Francesa di Buenos Aires. 19 ottobre 2010

 

VI edizione 2008-2009

Pubblicazioni Italiane
Ex equo
Mauro Carbone
Sullo schermo dell’estetica. La pittura, il cinema e la filosofia da fare, Mimesis  Edizioni, Sesto San Giovanni, 2008

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
Nel suo libro, Mauro Carbone affronta il rapporto tra cinema e filosofia in una prospettiva originale e innovativa che gli consente di aprire un campo di indagine, assai promettente, irriducibile alle due concezioni con cui in generale tale rapporto è stato fin qui pensato: da un lato l’idea tradizionale che considera il cinema come oggetto di riflessione filosofica, dall’altro la tesi, originariamente deleuziana, secondo cui il cinema sarebbe esso stesso una peculiare forma di pensiero. Il gesto teorico grazie a cui Carbone prende fruttuosamente le distanze da queste due posizioni consiste nel valorizzare il ruolo centrale che spetta di diritto al cinema nell’ambito di un’estetica, da intendersi non tanto come una disciplina specialistica ma come un modo di interrogare criticamente l’intero dispiegamento dell’esperienza sensibile. Il cinema in tal modo, proprio come la pittura nell’ultimo Merleau-Ponty, offre a una filosofia del senso, qual è l’estetica, l’opportunità di ripensare se stessa e di rinnovare il suo medesimo vocabolario concettuale.

Franceso Ballo
Jacques Tourneur. La trilogia del fantastico, Editore Falsopiano, 2008

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
Francesco Ballo nel suo prezioso saggio organizza, con acume e finezza analitica, la sua "magnifica ossessione" per il regista de Il bacio della pantera e  di altri capolavori che lavorano sull'ambiguità delle ombre che ci assediano come spettatori e come essere umani. La missione possibile e feconda di questo saggio è imparare quasi a memoria i film, metabolizzarli, scomporli e ricomporli per svelare il lavoro interno al testo, gli stilemi e le suggestioni di un maestro  del fantastico e per ragionare sulla paura e sulla malinconia del suo cinema inimitabile.

Pubblicazione francese
Luc Moullet
Piges choisies (de Griffith à Ellroy) Editeur Capricci,  2009

Motivazione dell'assegnazione del Premio.

La particolarità di Luc Moullet è di essere allo stesso tempo autore di film, generalmente dei cortometraggi, e critico, generalmente cinematografico. In quanto autore, egli si definisce come « comico », particolarmente in una raccolta di cortometraggi presentata da lui stesso e che ha intitolato Luc Moullet en shorts, con un doppio senso non equivoco, cioè Luc in pantaloncini aderenti o, se si vuole, Luc Moullet in pantaloncini corti. Vi sono descritti luoghi comuni, geografici o generalmente antropologici, di cui l’autore sottolinea la sostanziale assurdità o la banalità. Tra i giudizi più illuminanti sul lavoro di Luc Moullet cito quelli di Jean-Marie Straub : « Luc Moullet è indubbiamente l’unico erede al contempo di Buñuel e di Tati », o quello di Jean-Luc Godard : « Moullet, è Courteline rivisitato da Brecht » ; e quello infine di Jean Douchet : « Non ci sono in lui belle immagini, né effetti ostentati di cinepresa. In modo semplice, rapido e diretto vede ciò che c’è da dire ».
Il premio « Maurizio Grande » gli viene consegnato oggi per la raccolta di testi critici pubblicata dalle edizioni Capricci del Centro Pompidou con il titolo di Piges choisies, che potremmo tradurre con Pezzi scelti, pezzi indicando una parola particolare francese, « piges », cioè cartelle o pagine scritte per un giornale. La raccolta, dopo un’introduzione intitolata Prova o saggio d’ouverture, è ridistribuita in una serie di dieci sottotitoli : Gli inizi, I miei maestri, dove spiccano i nomi di Georges Sadoul, François Truffaut, Jean-Luc Godard ; Pentagono Reale che sviluppa studi su Sam Fuller, Mizoguchi, Buñuel, Raoul Ruiz et Robert Bresson. Dopo il Pentagono, L’Esagono e le sue sfaccettature, l’Esagono essendo la Francia ; poi Il ventre dell’America che riprende il titolo di uno dei cortometraggi dell’autore ; seguono Festivals, Teoria con quattro titoli : « Della nocività del linguaggio cinematografico, della sua inutilità… », « Il dispositivismo nel cinema contemporaneo », « Viva le querce !… abbasso i  pinguini ! » e « L’itterizia ». La serie della raccolta continua con tre lavori sull’Eloquenza del muto, un titolo intraducibile Navets et baudruches, potremmo solo suggerire « Pizze e palloni gonfiati » e infine Star sorpresa e rivelazioni in cui si leggono, non sempre con entusiasmo da parte dell’autore, i nomi di Antonioni e di Gian Vittorio Baldi.
È difficile riorganizzare questa vasta materia critica che ricopre un numero molto ampio di anni e di riviste cinematografiche. Prendendo un po’ a caso tra le pagine leggo questa massina dell’autore :
« Ho scritto qualche testo teorico. Non troppi. È pericoloso. Metz, Deleuze, Benjamin, Debord si sono suicidati. Avevano forse scoperto che la teoria non conduce da nessuna parte, e l’urto è stato troppo violento (per non parlare di Althusser). A questo proposito, i grandi critici muoiono giovani. Delluc, Canudo, Auriol, Agee, Bazin, Truffaut, Staram, Daney. Visionare troppi film divora. Io sono ancora qui, e questa è la prova che non sono un grande critico. È una teoria che vale solo per i buoni critici : Charensol è morto quasi centenario. »
E ci sono infine tre dogmi fondamentali espressi nella cinquantina di articoli raccolti : ricito l’autore : « Il mio dogma n° 1, è di far sempre ridere il lettore. Il dogma n° 2 : ogni film interessante genera un approccio critico specifico al film in questione : niente programmazione. Dogma n° 3 : il critico deve sempre partire da un esempio preciso prima di generalizzare, e non dal Generale (e ancora meno rintanarvisi). Per me, l’Austerità, la Programmazione e il Generale sono i tre cancri della critica. » Forse si potrebbe chiedere a Luc Moullet chi è il Generale, scritto così con la maiuscola ?

Per finire, vorrei citare due brani, uno dedicato a Carmelo Bene, che in questi anni è comunque stato presente, malgrado la sua assenza, in quest’ambito di Reggio Calabria : « Il più audace è Bene : non c’è più trama, ancor meno psicologia. Si tratta proprio di cinema allo stato puro come non ce n’è mai stato. Non c’è assolutamente altro che cinema, che idea di cinema, e senza nessun rapporto con le idee di cinema già assodate. Non parlo di idee tecniche, benché ce ne siano. È mettere assieme idee di ogni sorta, e dunque a volte anche di idee tecniche. Fin qui, tutti i registi che si erano staccati troppo direttamente dalla realtà per arrivare al non-sense, all’assurdo o all’illuminazione, s’étaient cassés la gueule, si erano spaccati la faccia. Penso più particolarmente all’infelice Help di Richard Lester. Bene è il primo a riuscire senza prender appoggio a referenze convenzionali. È anche vero che ricorre alla parodia, sopratutto nella geronterastia. Ma la sua parodia è troppo eccessiva per essere efficace in quanto parodia. Diventa presto lirica e si afferma come un nuovo valore libero da quanto caricaturava. La riuscita di Bene sta probabilmente in un progredire incessante nell’eccessivo, senza nessun ripensamento né tempi morti. Benché vi siano alcuni momenti più forti, diventa quasi impossibile avere coscienza degli elementi, lo spettatore è conquistato dal vortice dell’insieme e gli elementi precedono troppo la realtà per poter essere assimilati dallo spirito. »
L’altra citazione è presa da uno dei testi della raccolta premiata, intitolato Dodici modi di essere cineasta in cui Luc Moullet interpreta i registi e il loro lavoro in funzione del segno zodiacale. Ne ho scelto uno, non a caso ; dice questo : « Le Bilance si esprimono benissimo attraverso il comico : Keaton, Tati, MacCarey, Groucho Marx sono nati tutti tra il 2 e l’8 ottobre : la seconda decade. Ce l’ho molto con mia madre : se invece di partorirmi il 14 ottobre avesse fatto un po’ più in fretta, sarei della seconda decade, e avrei fatto dei film molto più divertenti. La prima decade si distingue per un individualismo e un ascetismo pronunciati (Bresson, Antonioni). » Fine della citazione.

La giuria del Premio ha deciso di attribuire un Encomio al saggio
Lo sguardo e l’evento.  I media, la memoria, il cinema,  Le Lettere, Firenze 2008.
Marco Dinoi

Dal "sembra vero", con cui i primi spettatori cinematografici accoglievano le proiezioni dei fratelli Lumière, al "sembra un film", con cui molli spettatori televisivi hanno reagito alle immagini che ci giungevano da New York l'11 settembre 2001, si è pienamente compiuto un salto cognitivo: la finzione sembra fornire un quadro concettuale che sovrapponiamo alla realtà per comprenderla, fino a una potenziale indistinzione tra reale e immaginario. Lo sguardo e l'evento cerca da un lato di descrivere e interpretare gli effetti di tale salto relativamente alla fruizione mediatica (internet e tv, in primo luogo), a partire dalle sequenze che hanno veicolato l'attentato al World Trade Center, dall'altro di rilevare le "strategie di resistenza" con cui una parte del cinema contemporaneo risponde a questo orizzonte verso cui alcuni cineasti tendono a scardinare le rappresentazioni proprie del nostro habitat comunicativo (in relazione alla realtà, alla storia, alla memoria e allo sguardo; sono queste le quattro grandi aree tematiche che vengono affrontale con un taglio interdisciplinare, dalla sociologia dei media alla teoria del cinema), per far emergere le ambiguità e le funzioni eterogenee dell'immagine, per mettere in scena, ancora, lo sguardo e il mondo.
Marco Dinoi (1972-2008) è stato docente di Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico e di Metodologia della critica presso l'Università degli Studi di Siena. Come regista ha realizzato cortometraggi e documentari. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Girare in digitale. Istruzioni per l'uso della nuova tecnologia (2000).


V edizione 2007-2008


Pubblicazione italiana
Veronica Pravadelli
La grande Hollywood. Stili di vita e di regia nel cinema classico americano. Marsilio, Venezia, 2007

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
È con particolare entusiasmo che quest’anno la giuria del Premio Internazionale Maurizio Grande ha deciso di premiare il libro La grande Hollywood  di Veronica Pravadelli, edito da Marsilio.
E’, questo, il primo libro in Italia che affronta organicamente il fenomeno dei gender studies – studi sul film di genere- applicati al cinema classico americano, coniugando analisi delle strutture narrative, prospettiva storica e studio delle reciproche influenze tra cinema e società.
Gli studi “di genere” sul cinema, che si sono diffusi a partire dagli anni ’70 in tutti i paesi di area anglosassone (USA, Australia, Gran Bretagna), sono tuttora scarsamente noti in Italia, e altrettanto scarsamente approfonditi.
La grande Hollywood è un libro che porta per la prima volta all’attenzione della società accademica, ma anche della critica e della cultura cinematografica in genere, oltre che degli studenti, questo ambito di studi.
Al merito di esporre le sue approfondite ricerche in questo campo, la Pravadelli unisce analisi personali che ampliano e filtrano alla luce di una prospettiva europea ciò che è stato fatto finora,  arricchendo la materia dei gender studies di una posizione personale forte e di una struttura critica che apre orizzonti di analisi nuovi e suggestivi.



IV edizione 2006-2007


Pubblicazioni italiane
Ex equo
Emiliano Morreale
Mario Soldati. Le carriere  di un libertino. Le Mani, Recco, 2006

Questo libro è la prima ricognizione complessiva dell’opera di Mario Soldati, personalità centrale del nostro Novecento e ancora poco studiata: scrittore di primissimo ordine (America primo amore, A cena col commendatore, Le lettere da Capri), autore di alcuni capolavori del cinema italiano (Piccolo mondo antico, Malombra, Fuga in Francia, La provinciale), pioniere della televisione (cui ha regalato alcuni programmi leggendari come il Viaggio nella valle del Po). Il libro di Morreale si articola in due parti ben distinte. La prima traccia un rapida biografia del personaggio e ne studia i temi essenziali: il gusto dell’avventura, il peculiare cattolicesimo, la sensibilità per le distinzioni di classe, l’attenzione alle mutazioni sessuali, il confronto con l’America degli anni ’30 e col neorealismo italiano, la passione di viaggiatore, il rapporto con la politica e la società italiana. La seconda parte fornisce una doverosa introduzione ragionata al suo cinema, film per film, a cominciare dalla sua attività di sceneggiatore per Camerini e spingendosi fino alle opere televisive e all’attività critica e giornalistica dagli anni ’60 in poi. Ne risulta un ritratto sfaccettato e sorprendente, documentato e inventivo, che rende giustizia insieme allo scrittore e al regista mostrandolo anche come crocevia di esperienze e momenti culturali i più diversi e insospettabili e scoprendone una assoluta modernità.


Luca Venzi
Il colore e la composizione filmica, Edizioni ETS,  Pisa, 2006

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
Il saggio di Luca Venzi muove dal presupposto originale secondo cui il colore nel cinema, per essere compreso nei suoi più autentici valori espressivi, deve essere analizzato mettendo in luce l’autonoma funzione costruttiva che esso può svolgere nella composizione complessiva del film, non solo ben oltre ogni datità naturalistica ma anche al di là di un orientamento genericamente simbolico. Il saggio può dimostrare, in tal modo, che il grande cinema ha sempre saputo praticare quest’uso del colore, traendone effetti di senso tanto efficaci quanto di solito trascurati dalla teoria e dalla critica. Il modello di analisi messo a punto da Venzi si avvale di un impianto al tempo stesso rigoroso e flessibile, che gli consente di perlustrare la funzione del colore in opere molto diverse, e di giungere a conclusioni che aprono nuove e importanti prospettive di indagine.

Pubblicazione francese
Jean Narboni
Naruse. Les temps incertains. Cahiers du Cinèma - Auteurs, 2006

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
Il lavoro critico premiato, Mikio Naruse, les temps incertains (Mikio Naruse, i tempi incerti, Ed. Cahiers du Cinéma, 2006) di Jean Narboni, ridiscopre e inserisce il lavoro del regista giapponese accanto ai grandi che sono stati Mizogusci, Kurosawa e Ozu. Nato nel 1905 e deceduto nel 1969, autore di ben 89 opere — tra il 1930 e il 1967 —, Mikio Naruse non ha avuto in vita la fortuna che avrebbe dovuto spettargli : la prima retrospettiva che gli viene dedicata ha luogo a Locarno nel 1983, seguita da un’altra a San Sebastian nel 1998 e infine la retrospettiva della Cinemateca francese nel 2001. Il lavoro di Jean Narboni non vuole essere esaustivo dell’opera : analizza una trentina di film che situano con precisione la filmografia di Naruse nella storia del cinema. E i film che appaiono essenziali sono proprio quelli che l’autore sembra preferire : il primo è degli anni Trenta, Moglie, che tu sia simile a una rosa ; i film degli anni Cinquanta adattati in genere dalla scrittrice Fumiko Hayashi. Ma Narboni parla soprattutto di Nubi fluttuanti che mette a confronto con La signora della porta accanto di François Truffaut, e del film Il brontolìo della montagna, e anche Il pasto, Il fulmine o Ultimi crisantemi. Le storie che Naruse racconta sono storie semplici di gente semplice, del popolino giapponese — cosa, del resto, che la produzione giapponese gli rimproverava : il produttore Shiro Kido, per esempio, ebbe a dire una volta che non aveva « bisogno di un secondo Ozu », aggiungendo che lo disprezzava per la sua pusillanimità e per il suo pessimismo. Narboni riesce a spazzar via la leggenda di amarezza che si è costruita attorno al personaggio del regista e difende l’apparente banalità dei piani individuali di Naruse, percorsi in realtà dall’intranquillità, opposta alla bellezza formale di ogni piano di Ozu. Narboni fa sorgere la bellezza di Naruse dal concatenamento, dalla naturalezza, una naturalezza tutta ricostruita, dall’allusione, da una prospettiva che ingigantisce le cose. E assieme a una musicalità da andante, c’è anche una particolare « meteorologia dei sentimenti », come dice Narboni, a proposito del volto di Hideko Takamine, l’attrice che ha girato con lui 17 film : una meteorologia dei « tempi incerti », appunto, che riesce a dare febbre, malattia, insonnia, in un ripetersi ciclico. E quando Ozu vide la proiezione di Nubi fluttuanti, nel 1955, ebbe poi a scrivere : « È veramente un film ammirevole », preparandosi a girare Crepuscolo a Tokyo, il suo film più naruseiano, come dice Jean Narboni. Un lavoro critico in cui la pienezza appassionata non cede nulla alla vigile attenzione critica.



III edizione 2005-2006


Pubblicazione italiana

Francesco Casetti
L'occhio del Novecento. Cinema, esperienza, modernità, Bompiani, Milano, 2005

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
L’ampio e compatto saggio di Francesco Casetti presenta una riflessione sul cinema che si avvale di un approccio di forte originalità teorica e di rilevante penetrazione interpretativa e mette l’una e l’altra al servizio di un esplicito impegno storiografico. Il cinema viene infatti affrontato non tanto o non solo dal punto di vista delle sue risorse espressive e comunicative, quanto a partire dalla sua capacità di produrre direttamente e di incrociare indirettamente un intreccio di pratiche simboliche e di discorsi sociali nel cui ambito la modernità si è resa trasparente a se stessa e insieme ha inventato le figure necessarie per negoziare tra le spinte e gli impulsi contrastanti che ne hanno segnato la nascita e il complesso decorso, oggi forse giunto al termine. La coerenza dell’impianto teorico del libro si avvale di un esauriente e persuasivo insieme di indagini testuali dalle quale emerge l’importanza decisiva che il cinema ha avuto nel costruire la rete comunitaria del moderno introducendovi una specifica concettualità figurale capace di assolvere a un’insostituibile funzione di autoregolazione culturale.


II edizione 2004-2005

Pubblicazione italiana
Fulvio Carmagnola
Plot, il tempo del raccontare nel cinema e nella letteratura, Molteni, Roma, 2004

Motivazione dell'assegnazione del Premio.
Il saggio di Fulvio Carmagnola, dedicato al problema del tempo nel racconto cinematografico e in quello letterario, ricostruisce con grande lucidità teorica e con pertinenti e persuasive analisi testuali, una delle questioni centrali del dibattito attuale sul cinema, mettendo a frutto in modo originale e chiarificante non solo le direttrici principali della riflessione specialistica (da Ejzenstejn a Benjamin, da Bazin a Deleuze) ma anche le più importanti teorie moderne della narratività (da Genette a Barthes, da Brooks a Ricoeur). Ne risulta un quadro di notevole efficacia interpretativa che, superando ogni inadeguata distinzione tra cinema ‘alto’ e cinema commerciale, prospetta aperture del più grande interesse sui problemi specifici che investono il racconto cinematografico contemporaneo nel suo confronto con le nuove tecnologie dell’immagine e, in modo del tutto peculiare, con la dimensione dell’ipertestualità.

Pubblicazione francese
Trafic
Revue de cinéma N.50 - Qu'est-ce que le cinéma?

"Le cinéma a posé de façon totalement neuve et inédite, dans l’histoire des arts, le rapport entre la créature imaginaire (celle que le créateur, pour aller vite, a dans la tête), la créature réelle (ce que les peintres et les photographes appellent le modèle), et la créature inscrite dans l’œuvre (la figure, le personnage incarné dans le film)." Dans "Marginalia", Pierre Léon interroge la "honte originelle" du cinéma (art saltimbanque et art mixte) et analyse ses points de rencontre avec les autres arts, notamment la littérature, qui prennent la forme de tentations inéluctablement esquivées: "La tentation du cinéma aura toujours été cela: ressembler à la littérature; celle des cinéastes, de marcher au hasard des rues avec la besace et le manteau de Diogène-le-chien, […] mais le cinéma est grégaire. C’est sa nature économique […]. Ce qui fait une des forces du cinéma, c’est ça aussi : imiter sans jamais copier les expériences solitaires en sachant pertinemment qu’il ne serait possible de rendre compte d’une expérience de ce genre qu’en épaississant le mystère, qu’en voilant un peu plus la vérité, pour que ce voile seul soit son authentique épiphanie."



I edizione 2003-2004


Pubblicazione italiana
Sergio Arecco
Il paesaggio del cinema, Le Mani, Genova, 2002

Da Ford a Almodóvar… Dalla mitologia western alla mitologia contemporanea. Dal vuoto della Monument Valley che improvvisamente si popola di uomini e cavalli al pieno dello scenario urbano che improvvisamente si spopola e si fa deserto, luogo di solitudini e derive. Nel passaggio dal cinema classico al cinema postmoderno non cambia la logica di una visione che è sempre visione di confini e sconfinamenti, contrazione e dilatazione di spazi e orizzonti, margini e figure. Costruito attorno all’opera di dieci registi giudicati esemplari del rapporto cinema/territorio – Michelangelo Antonioni, Eric Rohmer, Howard Hawks, Terrence Malick, Pedro Almodóvar, Luchino Visconti, Joel e Ethan Coen, Jane Campion, Bernardo Bertolucci, John Ford, secondo il percorso tra “vecchio” e “nuovo” sapientemente tracciato dall’Autore –, il presente libro costituisce un importante contributo all’analisi di quel vero e proprio doppio che, per il grande cinema di ieri come di oggi, è stato ed è il paesaggio. Nel senso di un immaginario che non è mai sfondo o contorno illustrativo, ma presenza viva, interlocutore privilegiato e speculare ai personaggi, complemento insostituibile alla loro articolazione narrativa e alla loro storia.


Pubblicazione francese
Jacques Rancière
La fable cinématographique, Seuil, Paris, 2002

Jacques Rancière analyse les formes de ce conflit entre deux poétiques qui fait l'âme du cinéma. Entre le rêve de jean Epstein et l'encyclopédie désenchantée de Jean-Luc Godard, entre l'adieu au théâtre et la rencontre de la télévision, en suivant James Stewart dans l'Ouest ou Gilles Deleuze au pays des concepts, il montre comment la fable cinématographique est toujours une fable contrariée. Par là aussi, elle brouille les frontières du document et de la fiction. Rêve du XIXe siècle, elle nous raconte l'histoire du XXe siècle. (Quatrième de couverture)

..in costruzione

In molte  manifestazioni organizzate dal Circolo sono stati presentati a Reggio Calabria personalità del mondo del cinema  quali Michelangelo Antonioni, Monica Vitti, Age e Scarpelli, Francesco Maselli, Carlo Lizzani, Vittorio Taviani, Giuseppe Piccioni, Antonio Capuano, Francesco Calogero.

Fra gli ultimi incontri ricordiamo:

Jean Paul Manganaro
Presentazione del libro "Federico Fellini Romance"
Venerdì 4 dicembre 2009
Politeama Siracusa - Reggio Calabria

Thierno Thiam
Proiezione del film: Billo
Giovedì  17 aprile 2009, Cinema Odeon - Reggio Calabria  

R. De Gaetano
Fabrizio Deriu
Loredana Ciliberto
Presentazione della Rivista "Fatamorgana"
Giovedì 31 maggio 2007

Antonio Capuano
Proiezione del film: La guerra di Mario
Giovedì  16 marzo 2006, Cinema Odeon - Reggio Calabria  

Paolo Benvenuti
Proiezione del film: Segreti di Stato
Giovedì  3 marzo 2005, Cinema Odeon - Reggio Calabria  

Angelo Frammartino
Proiezione del film: Il dono
Giovedì 29 gennaio 2004, Cinema Odeon - Reggio Calabria

Antonio Capuano
Proiezione del film: Luna rossa
Martedì 16 Aprile 2002 - Rassegna "Viaggio in Italia", Politeama Siracusa - Reggio Calabria  

Pietro Raschillà
Franco Di Mare

Proiezione del film: Viaggio a Kamdahar e del documentario  "Kabul oltre la cronaca", realizzato dai giornalisti RAI Pietro Raschillà e Franco Di Mare
Giovedì 11 aprile 2002, Cinema Odeon - Reggio Calabria

Michele Sciarra

Proiezione del film: Alla rivoluzione sulla due cavalli
Giovedì 28 febbraio 2002, Cinema Odeon - Reggio Calabria

J.P. Manganaro
Tullio Mason

Conversazione  sul cinema italiano
Lunedì 30 luglio 2001 (In collaborazione con "XXI Secolo") Festival Internazionale di Cinema Europeo Arena dello Stretto)

Monica Zappelli (sceneggiatrice)
Proiezione del film: I cento Passi
Mercoledì  7 marzo 2001, Cinema Odeon - Reggio Calabria

Gianni Amelio
Proiezione dei film: Così ridevano - Lamerica
Venerdì 16 luglio 1999 - Rassegna "Riflessi sull'acqua",Arena dello Stretto - Reggio Calabria

Leopoldo Trieste
Proiezione del film: Lo sceicco bianco
Giovedì 9 Dicembre 1999, Cinema Odeon - Reggio Calabria

Mimmo Calopresti
Anteprima del film: La parola amore esiste
Domenica 17 maggio 1998. In collaborazione con  “La Nuova Pergola”, Reggio Calabria

Fabrizio Deriu
Presentazione del libro: "Gian Maria Volontè  Il  lavoro dell'attore"
Mercoledì 29 Aprile 1998, Cinema Odeon - Reggio Calabria

Mimmo Calopresti
Anteprima del film: La seconda volta
Martedì 23 gennaio 1996, Teatro Comunale “Francesco Cilea” - Reggio Calabria

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