• Programma 2018-2019

Il circolo Chaplin in collaborazione con ANPI Reggio Calabria, AUSER Territoriale, ARCI, Centro Studi Bosio, Circolo del Cinema C. Zavattini, DLF, DASUS Onlus, Fondazione Di Vittorio organizza giovedì 27 gennaio "la Giornata della Memoria". Presso il Cinema Dopolavoro Ferroviario sarà proiettato il film "train de vie" di Radu Mihaileanu. Le proiezioni saranno alle 18.00 e alle 21.00.

Seguirà un dibattito dopo il film.

INTERVISTA AL REGISTA

Come è nata l'idea di "Train de vie''?

Da molte letture, e dalla storia di mio padre. Le letture sono abbastanza ovvie: la Bibbia, i libri di storia, i libri fotografici (che non sono molti) sulla vita negli shtetl prima della guerra. Alcuni libri di filosofia - Levinas, Hannah Arendt - che sono stati una sorta di guida lungo questo difficile cammino che si riassumeva in una domanda: posso io, ebreo figlio di ebrei, fare una commedia sulla Shoah, oppure è meglio che film non esista? Direi che le esigenze erano fondamentalmente tre. La prima: confrontarmi con questa grande  scommessa, far ridere parlando della più terribile tragedia del secolo e tentare di dare un seguito alla grande scuola dell'umorismo yiddish - quello di Singer, di Shalom Aleichem - che in Europa sta quasi scomparendo (sopravvive un poco in America, grazie a Woody Allen e a pochi altri come lui, soprattutto in teatro). La seconda: rievocare la civiltà yiddish degli shtetl che è praticamente stata spazzata via dall'Olocausto. La terza. e ritorno all'inizio: fare un omaggio a mio padre, raccontare – sia pure in modo indiretto - la sua storia.

Ce la puoi riassumere ?

Mio padre si chiamava Mordechai Buchmann e la sua storia è sostanzialmente raccontata nel primo film di Lucien Pintitie, la Domenica alle 6 di sera, che lui ha scritto. È nato in uno shletl in Moldavia, vicino alla città di Jassy  che poi si è trovata in Romania e che è diventata famosa, perché vi è avvenuto l'unico vero pogrom durante la guerra: l'esercito nazista e quello rumeno, assieme, hanno sterminato molti ebrei (è un pogrom di cui parla Curzio Malaparte in uno dei suoi scritti). I suoi genitori erano religiosi, lui no: nella Romania alleata dei nazisti aveva due colpe gravissime, era ebreo e comunista. Era diventato comunista dopo il '38, quando il fascismo era andato al potere in Romania e lui si era già trasferito dallo shtetl in città. Pur non potendo andare all'università in quanto ebreo, lesse Malraux, studiò la rivoluzione sovietica e si convinse che quello era il futuro. Bisogna tener presente due cose. La prima: nella Romania di allora, i comunisti erano pochissimi (circa 2000) ma erano gli unici che si opponevano ai fascisti in modo aperto. con atti di sabotaggio, pur rimanendo nell'illegalità. La seconda: mio padre aveva avuto un'educazione religiosa, e per chi era cresciuto sentendo parlare dell'avvento del Messia, poteva essere naturale convincersi che il Messia era il comunismo. Sta di fatto che    fra quei 2000 comunisti c'erano mio padre e mia madre. Che si conobbero così, e si innamorarono. Ma il partito non approvava questo amore, per motivi di sicurezza: il partito clandestino era come una catena, e ogni membro doveva conoscere solo altri due membri, i due “anelli” prima e dopo di lui. Così, se qualcuno fosse stato catturato, avrebbe potuto denunciare solo altri due compagni. L’amore per mia madre era un anello imprevisto e pericoloso.

Come andò a finire?

Mio padre venne arrestato, ma era solo l’inizio delle sue traversie. Riuscì a fuggire e a farsi fare dal partito dei documenti falsi con il nome di lon Mihaileanu. Cone questo nome (che poi è passato a me) divenne giornalista per “l’Eco”, un giornale che in quegli anni doveva sopportare una doppia censura, quella tedesca e quella rumena. E qui comincia, a mio parere, la parte più sublime della storia. Il giornale faceva il doppio gioco. Il ministro degli interni, Georgescu, aveva capito che la guerra andava male e tentava di raccontar lo, sul Giornale, sia pure in maniera indiretta, aggirando la censura. In redazione c'erano giovani che poi sarebbero diventati i più importanti intellettuali rumeni del dopoguerra, ed erano comunisti senza saperlo, perché tutti  scrivevano sul giornale clandestino “Romania libera”: ma tutti scrivevano sotto pseudonimo e nessuno di loro sapeva che lo facevano anche gli altri. Così, il giorno della liberazione, nell’agosto del ’44, il redattore capo andò da loro e disse: “l’Eco” è morto e facciamo “Romania Libera”, ufficiale, non più clandestino, e loro facevano finta di non capire, e dicevano “Ma non ci sono i giornalisti. chi scriveva su “Romania libera”? e quello rispose: “Piantatela di fare i finti tonti, ci scrivevate tutti perché ho riconosciuto il vostro stile e comunque anch’io ero il redattore capo anche di “Romama libera”! E allora ciascuno di loro scoprì che avevano partecipato tutti allo stesso gioco. Certo, con una storia del genere alle spalle non c'è da meravigliarsi che tu abbia fatto un film su ebrei che debbono fingersi nazisti. Ovvero, sulla costruzione di una falsa identità. Tutto il mondo è una finzione, una falsa identità. Il capitalismo è una falsa identità e anche il comunismo, così come l'abbiamo conosciuto, è stata una falsa identità. Così va il mondo. Credo che il vero comunismo sia esistito solo nell’illegalità, durante la guerra, e per brevissimi periodi nei kibbutz israeliani. Il resto è stato un inganno e l'utopia non si è mai realizzata. Penso di poter affermare che, almeno in Romania, mio padre e i suoi colleghi, i suoi compagni di clandestinità, siano stati gli unici veri comunisti. Sono emigrati tutti: chi in Israele, chi in Francia come mio padre, chi in America. Mio padre, dopo la guerra, è divento un anti-stalinista. Per un certo periodo il ministro degli Interni, che lui aveva salvato durante la guerra, l’ha protetto e gli ha dato un posto come redattore capo in un giornale, ma poi ha deciso di emigrare.

Tu porti lo stesso cognome “falso” di tuo padre. Hai mai pensato di riprendere il nome Buchmann?

Ci ho pensato parecchio. Ma ho anche pensato che stornassi a chiamarmi Buchmann, sarebbe come dire nella catena della mia famiglia un anello è stato cancellato: mio Padre. Perciò io, dentro di me, sono Buchmann, per il mondo, fuori, sono Mihaileanu.

Qual è la tua lingua madre?

Il Rumeno. Ma quando emigrato anche io, nell’80, ho subito una specie di elettroshock linguistico. Mi sono aggrappato al francese come lingua del lavoro. Penso in rumeno ma scrivo in francese, esattamente come Cioran. Un emigrato rumeno che secondo me è stato il più grande filosofo del secolo. Se in Romania - dove ogni tanto torno – mi capita di stare fra amici, parlo in rumeno, ma se mi viene in mente un'idea o comunque devo appuntarmi una cosa, la scrivo in francese.

Anche per questo, hai girato Train de vie in francese?

Anche. Ma soprattutto perché volevo fare un film che arrivasse a molta gente. Non volevo fare un film ghettizzato a priori. Volevo farlo in Dolby Stereo, a colori, con un cast internazionale. Tecnicamente avrei potuto girarlo in yiddish: ma l’avrebbe visto solo qualche vecchietto. Voglio dire. Vogliamo vivere di Lubitsch è un capolavoro assoluto. Giusto? E nessuno si meraviglia se, nella scena ambientata nel teatro di varsavia sulle toilette c'è scritto “ladies” e Gentlemen”. Lubitsche che era un ebreo ungherese, è il primo a non farci caso. Certo, non bisogna colonizzare una cultura, ma battersi per questa cultura significa anche renderla accessibile a tutti.

Come hai affrontato l'immenso problema di fare un film comico sull’Olocausto?

Partendo da due dati di fatto: l'umorismo yiddish, e la mia personale convinzione che la commedia può essere più tragica della tragedia stessa. Molti considerano la commedia un genere minore, ma per me non è così. L'umorismo, come ebreo, è ciò che mi ha fatto sopravvivere, che ha salvato la nostra vita e la nostra memoria. Quando racconto la mia emigrazione, racconto solo le gag: che sono state numerose, ma all'interno di una situazione drammatica, in cui io rischiavo la pelle. Ma so che se racconto tutto quanto in modo umoristico, tutti mi capiranno. E poi io sono vivo, altri ebrei sono vivi, quindi chapeau alla vita, non bisogna piangere. Quando vedo certi programmi tv cupi e noiosi sulla Shoah, quando sento i pianti e i lamenti, penso sempre: Se Hitler fosse vivo e vedesse questa roba, sarebbe felice. L’unica cosa con la quale possiamo umiliare i gerarchi nazisti che sono ancora vivi in Sudamerica, e farli imbestialire, è mostrar loro che siamo vivi, che non ci hanno distrutti, che il nostro umorismo non è stato cancellato dalla loro barbarie.

Un'ultima domanda, forse sgradevole ma obbligata: la questione con Benigni. E’ importante sentire la tua campana…

Tanto per cominciare non ho mai accusato Benigni di plagio e non ho mal pensato di fargli causa, checché abbiano scritto alcuni giornali francesi. La verità storica, che peraltro Benigni ha ammesso sulla stampa francese, è che gli ho mandato il copione nel febbraio del '96, offrendogli il ruolo del folle del villaggio che racconta tutta la storia, perché il mio coproduttore italiano pensava che con una star come lui avremmo trovato più facilmente dei finanziamenti in Italia. Roberto ha letto il copione e gli è piaciuto. Ma poi mi ha fatto sapere che non poteva, perché si stava concentrando su un suo film. La nostra sfortuna, è che non abbiamo potuto girare nell’estate del ’96, perché tutti, in Francia, si sono spaventati: nessuno trovava accettabile l’idea di raccontare la Shoah in chiave comica. Se avessimo girato prima del ’96, saremmo usciti prima di “La vita è bella” e non ci sarebbe stata nessuna polemica. Purtroppo abbiamo trovato i fondi per girare il film solo un anno dopo: e nell’estate del '97, mentre erano in corso le riprese. abbiamo saputo che Benigni stava montando un film in qualche misura simile al nostro. È stato un colpo, non lo nego. A posteriori, il mio parere è che non ci sarebbe stato nessun problema se i due film avessero lo stesso obiettivo: quello di dimostrare che la commedia è un genere “alto” quanto la tragedia, e che può affrontare un tema come la Shoah senza alcuna vergogna. Purtroppo questo punto è passato in secondo piano, e i media hanno “aizzato” me e Benigni uno contro l'altro, come se si trattasse di un banale problema di primogenitura. Penso che i media abbiano perso una grande occasione per promuovere un dibattito serio e importante. E, di riflesso, l’abbiamo persa anche io e Benigni.

(da un’intervista al regista, Radu Mihaileanu, a cura di Alberto Crespi, in «Cineforum» n. 381)

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